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Ghisallo, la montagna incantata

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Nel piazzale antistante il Santuario della Madonna del Ghisallo ci sono i busti di Fausto Coppi e Gino Bartali. Potrebbe apparire evenienza quasi scontata: in pressoché tutti i luoghi storicamente legati al ciclismo italiano c’è qualcosa che ricordi Coppi, Bartali e le loro imprese. Ma la presenza in cima al Ghisallo dei due campioni più celebrati del nostro sport ha un significato che va oltre le 8 edizioni del Giro di Lombardia messe insieme dalla coppia tra il 1936 e il 1954. Coppi e Bartali sono ricordati sul piazzale del Ghisallo soprattutto perché furono gli ultimi tedofori della staffetta che portò la fiaccola di bronzo benedetta da Pio XII da Castel Gandolfo fino alla cappella: nel 1949 il Papa aveva decretato che la Beata Vergine Maria del Ghisallo sarebbe stata da quel momento in poi la Celeste Patrona dei Ciclisti Italiani, e i due campioni furono gli ultimi a trasportare la fiamma sempre viva del Ghisallo.

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PZeroVeloLa dedicazione elevò la chiesetta a luogo di pellegrinaggio per ciclisti di ogni livello, nei decenni i muri si affollarono di così tante bici, maglie e trofei che a un certo punto si rese necessaria la costruzione di un museo. Il “Museo del Ciclismo - Madonna del Ghisallo” è stato inaugurato nel 2006 ed è la più ricca collezione di memorabilia ciclistici al mondo, potendo esporre, tra gli altri oggetti, i disegni rinascimentali con il proto-modello di bici in legno, la bicicletta del record dell’ora di Coppi del 1942 e oltre 50 maglie rosa donate dai vincitori del Giro. Sull’ultima pietra usata per la costruzione del museo fu incisa su suggerimento di papa Benedetto XVI il motto “Omnia Vincit Amor”. L’amore vince tutto, soprattutto le salite, persino le pendenze mitiche del Ghisallo.

La salita del Ghisallo fu la grande novità del primo Giro di Lombardia del dopoguerra. Per le sue prime 14 edizioni, infatti, la classica di chiusura della stagione ciclistica era stata fondamentalmente pianeggiante, ma il percorso del 1919 introdusse l’ascesa che sarebbe diventata presto simbolo della corsa e cuore pulsante della memoria a due ruote. La scalata misura 10,6 chilometri, e la pendenza media (5,5%) nasconde – almeno sulla carta – l’asprezza del tratto iniziale e dello strappo conclusivo. Si comincia a salire all’uscita da Bellagio, più consistentemente dopo il bivio per Onno, da dove iniziano 4 chilometri a quasi il 9% di pendenza media, massima dell’11%. È una strada immersa nel bosco, con tornanti numerosi e dotati della caratteristica poco auspicabile di non concedere un ingentilimento delle pendenze, come avviene in montagna. Solo a Guello la salita dà tregua, 3 chilometri quasi pianeggianti fino a Civenna, poi il muro finale, un chilometro e mezzo ancora tra il 7 e il 10%. È la vista del campanile della chiesa ad annunciare per primo che la salita sta per finire. La vista sul lago di Como, che una volta fece dire a Percy Shelley che superava in bellezza qualsiasi cosa avesse visto prima, è dall’altra parte della chiesa, e sbalordisce, ed è il premio migliore che possano ricevere gli scalatori che si rilassano al termine della fatica.

Non gli scalatori del Giro di Lombardia, però. Per loro la corsa non si è mai conclusa in cima al Santuario, è sempre proseguita oltre, di nuovo verso Milano, oppure Monza, molto più spesso in direzione Lecco, Bergamo e Como. Il Lombardia nacque come un criterium d’autunno che mettesse alla prova i grandi campioni nell’ultima, grande prova della stagione. Come la Milano-Sanremo inaugura l’anno ciclistico, così il Giro di Lombardia l’avrebbe concluso, occasione irripetibile per coronare una stagione positiva o per salvarne una sbagliata.

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Fu il primo e unico monumento che vinse Giovanni Gerbi, detto Diavolo rosso (nel 1905, l’edizione numero 1) e fu la prima corsa maschile a cui prese ufficialmente parte una donna (Alfonsina Strada nel 1917 e 1918). Nel 1919, come detto, arrivò il Ghisallo, e ne approfittò Costante Girardengo. In cima al Santuario il primo Campionissimo aveva un quarto d’ora di vantaggio sugli avversari, era così sereno che ad Erba si fermò per cambiarsi gli indumenti e fare un breve spuntino a bordo strada. Dopo la sosta, rallentò visibilmente: qualsiasi cosa avesse mangiato, non gli aveva fatto bene. Mentre il suo vantaggio diminuiva, Girardengo si fermò in un campo per liberarsi, poi riprese la sua fuga e riuscì ad arrivare al Trotter di Milano con 8 minuti di vantaggio su Belloni e sugli altri 6 superstiti, coronando con il primo Lombardia la sua stagione migliore.

Un decennio dopo, nel 1931, toccò ad Alfredo Binda trasformare la classica delle foglie morte in una delle imprese più scintillanti della sua carriera. Partì tutto solo a 96 km dal traguardo e vinse con 18 minuti di vantaggio sul secondo: prima che Michele Mara giungesse a Milano, Binda aveva avuto il tempo di ritirare il premio e farsi una doccia. Quando gli chiesero come avesse fatto a realizzare un’impresa del genere in una giornata di freddo e pioggia battente, Binda rispose: “Tutto ciò che mettevi nelle tasche si dissolveva, l’unico cibo consumabile erano le uova crude. Ne ho mangiate 34 durante la corsa.”

Dopo la seconda guerra mondiale, il Lombardia diventò uno dei palcoscenici preferiti per gli spettacoli pedalati di Fausto Coppi. «La sua tattica era semplice», spiegò Giuseppe “Pinella” De Grandi, lo storico meccanico dell’Airone. «Fausto controllava i rivali fino alle prime rampe del Ghisallo, poi li seminava. Transitava al Santuario con un vantaggio consistente, che raddoppiava scendendo verso Erba. Lì incontrava noi per il rifornimento». Coppi vinse in questo modo quattro Lombardia consecutivi, dal 1946 al 1949. Il ’49 fu il suo anno d’oro: dopo aver vinto Milano-Sanremo, Giro d’Italia e Tour de France, Coppi scattò ancora una volta sul Ghisallo, da poco diventato territorio sacro del ciclismo, e fece la differenza. Vinse con tre minuti di vantaggio su Kübler.

L’evoluzione dello sport e il rifacimento delle strade resero la salita del Ghisallo sempre meno selettiva, così Vincenzo Torriani decise di inserire nel percorso del Lombardia il temibile Muro di Sormano, una rampa di 2 chilometri al 15% di pendenza media, punte del 24%, che all’epoca era poco più che una mulattiera. Dopo le polemiche del 1962 legate alle spinte dei tifosi che permisero a Ercole Baldini di segnare il record di ascesa, il Muro di Sormano fu abbandonato dal Giro di Lombardia.

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La grande classica lombarda ha esaltato negli anni tutti i grandi campioni del ciclismo. Eddy Merckx, che l’ha sempre considerata la corsa più dura del calendario internazionale, l’ha vinta due volte (1971 e 1972). Così come Bernard Hinault, che nel 1979 vinse proprio à la Merckx: il Tasso forzò l’andatura a oltre 100 chilometri dal traguardo, cogliendo di sorpresa Saronni, Moser e tutti gli altri favoriti. «Forse non sarà grande come Coppi né forte come Merckx», scrisse La Stampa, «ma se Hinault diventerà un “campione dei campioni”, il primo passo l’ha fatto con questo Giro di Lombardia».

Negli ultimi trent’anni il Giro di Lombardia ha conosciuto un appannamento tecnico e spettacolare legato soprattutto al nuovo posizionamento in calendario dei Campionati del Mondo, che precedono la grande classica autunnale e hanno rischiato di ridurla a rivincita meno pregiata della corsa iridata. Ci hanno pensato alcune grandi imprese moderne a ristabilire la posizione di assoluta nobiltà del Lombardia. Paolo Bettini l’ha vinto nel 2005 e nel 2006, in entrambi i casi transitando davanti a tutti sul Ghisallo, primo dopo oltre vent’anni in grado di vincere dopo aver dominato la salita del Santuario. Nel 2006 Bettini, campione del mondo in carica, tagliò il traguardo in lacrime e con le dita a indicare il cielo, nella vittoria più intensa della storia della corsa: poche settimane prima suo fratello Sauro era morto in un incidente stradale. «Oggi non ho pedalato da solo», disse Bettini. «Questo giorno non lo dimenticherò mai».

La classica delle foglie morte è stata ufficialmente ribattezzata “Il Lombardia” nel 2012. Il rebranding, importanti novità nel percorso (tra le quali l’alternanza delle sedi di arrivo e il reinserimento del Muro di Sormano) e alcune vittorie di assoluto prestigio (su tutte quella di Vincenzo Nibali nel 2015) hanno dato nuova linfa al Monumento di fine stagione. Il Lombardia combina lo spettacolo con la tradizione, la modernità del ciclismo con l’epica incisa nella sua storia e sotto il busto di Coppi, nel piazzale antistante il Santuario della Madonna del Ghisallo: «Poi Dio creò la bicicletta, perché l'uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione nell'arduo itinerario della vita».

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