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L'orgoglio a scatto fisso

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Se vi fosse capitato di passare per caso nell’enorme parcheggio del campus di Milano-Bovisa la sera del 15 ottobre 2010 sareste rimasti quantomeno stupiti. Davanti ai vostri occhi avreste trovato uno spettacolo assolutamente insolito, imprevisto, forse anche indescrivibile. Una gara di biciclette, in realtà, ma una di quelle che difficilmente ci si sarebbe aspettati in questo continente.

PZeroVeloFortunatamente dal parcheggio del campus di Milano-Bovisa non ci passa nessuno, è uno di quei tipici non-luoghi di cui la città lombarda è piena: deserti di cemento che assolvono ad una sola funzione - la sosta - per poche ore al giorno, dal lunedì al venerdì, per il resto non esistono. Non c’è nemmeno un giardinetto per accontentare i bisogni degli animali domestici, non c’è la speranza di transitarvi per arrivare alla stazione, perché da lì non si va da nessuna parte. Il luogo ideale, insomma, per un’idea tanto semplice quanto folle come la Red Hook Criterium. 

Il criterium è un genere di gare sportive poco competitive che possono essere organizzate per diversi sport, tra cui il ciclismo e il pugilato.

Nel mondo del ciclismo i criterium si giocano su circuiti di lunghezza compresa tra gli 800 metri e i 10 km.

La durata totale della gara è inferiore a una normale corsa in linea su strada per cui gli atleti devono far fronte una velocità media molto alta che prevede quindi maggiore sforzo e una tecnica di base che parte dall'allenamento delle gambe fino a una corretta alimentazione.

Non ho idea di come dovesse essere in quegli anni il porto di Brooklyn, denominato Roode Hoek dai coloni olandesi per via di un isolotto di argilla rossa che emergeva dalla Upper Bay di New York, ma immagino che non fosse tanto diverso da quel parcheggio. Certo, la sua storia era ben più lunga e gloriosa di un campus universitario costruito in un ex-area industriale. È da quelle parti che si combatté la battaglia di Long Island, celebre sconfitta di George Washington che, un solo mese dopo la dichiarazione d’indipendenza, vide gli inglesi prendere il controllo della città; è qui che si svilupparono l’epopea e le lotte dei lavoratori portuali di New York, rese celebri da Marlon Brando in “Fronte del porto”. A Red Hook hanno vissuto Al Capone e H.P. Lovecraft, Norman Mailer e Peter Steele, e sempre qui David Trimble ha deciso di festeggiare il suo compleanno. Con una pedalata, ovviamente.

Celebrare in bicicletta era qualcosa di naturale per uno che si chiamava Trimble, figlio di quel James Trimble che aveva progettato i primi telai da pista aerodinamici in carbonio. Un rivoluzionario. Proprio come il figlio David, che da quella festa di compleanno ha tirato fuori una serie di gare ormai note in tutto il mondo, un fenomeno globale che porta il nome del quartiere: Red Hook. Quella prima volta, nel 2008, non è stata troppo diversa dalla nottata milanese di due anni più tardi. Un’area degradata, poco frequentata, scenario ideale per evitare disturbi. Un percorso ricco di curve, illuminato alla bell’e meglio con qualche faro delle automobili, le fioche luci dei lampioni, le ancora più tremolanti lucette montate sulle bici. Tutto insufficiente per una corsa che aveva - e ha ancora - una sola regola: solo bici da pista, scatto fisso e niente freni. Erano le bici più in voga all’epoca sulle strade newyorkesi, in quella comunità di bike messenger e appassionati che si sfidavano quasi ogni sera tra alleycat e altre velocissime competizioni urbane. L’idea di Trimble fu quella di portare lo spirito di queste corse in circuito. Un’intuizione tanto semplice quanto vincente.

Le biciclette da criterium utilizzate oggi non sono più quelle utilizzate dai giovani atleti di dieci anni fa. Le prima gare sono iniziate con bici da corsa convertibili passando per semplici biciclette da pista in alluminio fino ad arrivare alla ricerca della leggerezza con ruote in carbonio. La scelta del rapporto diventa fondamentale per ottenere lo sprint giusto e riuscire a pedalare alle velocità sempre più alte di oggi.

La prima Red Hook fu vinta da una donna, Kacey Manderfield, caso unico ma rappresentativo di una competizione che da qualche anno ha distinto prove maschili e femminili, mantenendo per entrambe un livello altissimo. Dodici mesi dopo al porto di Brooklyn c’erano il triplo delle persone, e le prime videocamere. Il terzo anno ecco i primi sponsor, i servizi sui media, l’esordio estero con la tappa milanese. Da allora in poi la crescita non si è mai fermata: la corsa amatoriale si è trasformata in un circuito professionistico imitato in tutto il mondo; dalla luce delle auto parcheggiate si è passati a fari e cronometraggi elettronici, le tappe sono diventate quattro (con l’ingresso di altre due città d'Europa: Barcellona e Londra), gli sponsor alcuni dei principali marchi del mercato ciclistico, e non solo.

L'unico circuito italiano è quello storico di Bovisa ed è caratterizzato dal fatto di essere l'unico tracciato su suolo comunale e su strade normalmente aperte al traffico. Ha una lunghezza di 1.270 metri, conta 9 curve e un rettilineo di 340 metri.

La tappa italiana del Red Hook Criterium Milano è da sempre quella che conclude il tour del campionato di bici a scatto fisso. Dopo New York, Londra e Barcellona più di 300 atleti professionisti provenienti da oltre 30 Paesi si ritrovano a pedalare a Milano per la finale di stagione.

Quella del 2018 è stata un'edizione speciale per la maglia italiana del Red Hook Criterium. A trionfare nella tappa di Milano infatti sono stati Rachele Barbieri per la competizione femminile e Filippo Fortin per quella maschile che, in nove anni, è stato il primo italiano a conquistare il primo posto nella classifica dell'intero campionato (ma che quest'anno ha visto sparire le tappe di Londra e Barcellona).

Barbieri, già campionessa del mondo di Scratch, ha tagliato per prima il traguardo di via Lambruschini, in sella alla sua bici, tra i padiglioni del Politecnico, tenendo la testa del gruppo per l'intero percorso. Dietro di lei, Barbara Guarischi, arruolata dal Team Cinelli e già vincitrice di una tappa del Giro Rosa del Giro d'Italia.

Tra gli uomini, invece, doppietta e titolo per Filippo Fortin della squadra Bahumer, che ha bissato il successo di Brooklyn conquistando il titolo di campione del circuito mondiale.

E il pubblico è deflagrato, attirato da prove che riuscivano a creare la stessa atmosfera adrenalinica delle grandi competizioni di ciclismo su pista, arrivando a superare i 5000 spettatori per gara e diventando il riferimento in ogni discussione che riguardi il ciclismo a scatto fisso su strada. Fino a rientrare addirittura nella sua casa naturale: la pista, con aperture dedicate alla vigilia di ogni tappa che convogliano ciclisti di tutto il mondo in velodromi dalle storie differenti come Horta (Barcelona), Herne Hill (Londra) e persino il glorioso Vigorelli di Milano. Ancora più ampia è la risposta dei corridori, che arrivano stabilmente da Paesi dei cinque continenti, con i contingenti di Stati Uniti e Italia a rappresentare il nucleo numericamente più rilevante.

Il prossimo 14 ottobre al parcheggio del campus urbano di Milano-Bovisa nessuno ci arriverà per caso. Non perché nel frattempo questo non-luogo della periferia milanese sia cambiato, ma perché la Red Hook è diventata un attrattore in grado di trasformarlo, in maniera quasi persistente. Dunque sì, è cambiato anche il parcheggione, che resta un deserto di cemento ma può popolarsi di velocità e festa. Gli capita nel weekend della Red Hook, ma torna a succedergli durante il resto dell’anno, quando l’energia latente della corsa si ripresenta in corse solitarie o di gruppo, pianificate o improvvisate, non per forza “fixed”. 

È’ l’ironico caso della “Ridot”, gara per biciclette a 20” (in pratica le vecchie Grazielle, con ogni possibile variazione sul tema) che si svolge sullo stesso circuito la settimana antecedente il grande evento. Le luci tornano ad essere i lampioni, gli sponsor non esistono, la passione ciclistica è esattamente la stessa. A sintetizzare le varie facce di questa passione sino allo scorso anno ci era riuscito Luciano Berruti, volto noto dell’Eroica e fondatore del Museo della Bicicletta di Cosseria. Era stato lui infatti a dare il via alle ultime edizioni della tappa milanese, pedalando con una bicicletta di fine ‘800, che la magia di questo mezzo perfetto rende non troppo diversa dai bolidi dei giorni nostri. Quest’anno Berruti non ci sarà, ha salutato questa vita pedalando sulle sue strade lo scorso agosto. Ma quella della Red Hook comincia ad essere una storia sufficientemente lunga e gloriosa per poter uscire dalla scia dei suoi tanti padri nobili e lanciarsi tutta sola in volata, velocissima, come proiettata dalla curva di un velodromo verso le strade del mondo.

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