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La centesima partenza

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Partire da un’isola è un concetto controintuitivo. Su un’isola si giunge, se si è bravi la si conquista, difficilmente vi si scappa. Sul lungomare di Alghero c’è un bar che si chiama L’ormeggio, un altro invece è L’approdo, e ovunque in città si intuisce che restare nella baia, lunga e ariosa, è cosa molto buona. È piacevole per gli uomini e pure per le tradizioni, per i costumi e soprattutto per la lingua, una variante locale del catalano che i bastioni custodiscono invariata da oltre seicento anni. Decidere di partire da Alghero, una specie di isola dentro l’isola, è un paradosso, soprattutto in una giornata di inizio maggio in cui la temperatura consiglierebbe piuttosto di cercarsi un posto sotto una palma, o un ritaglio di sabbia in riva al mare, e rinviare la partenza, o dimenticarsela per sempre. Tuttavia il Giro d’Italia, che procede da cento edizioni attraverso un altro paradosso, quello romantico di spezzare l’Italia in tappe per riunificarla, da Alghero è riuscito a prendere il via. 

PZeroVeloNell’ora più calda del giorno più caldo della primavera, 195 biciclette hanno impattato la brezza e sfidato il paradosso. Hanno oltrepassato le torri aragonesi, i gerani nei balconi addobbati, persino una stazione di servizio con l’albo d’oro del Giro d’Italia stampato sulla vetrata d’ingresso: 1909 Ganna, 1910 Galetti, e così via, per altre 97 righe. Gli algheresi hanno accolto il Giro d’Italia come un invasore pacifico, loro che non sono mai stati conquistati da nessuno, tant’è che nel 1541 l’imperatore Carlo V d’Asburgo, in visita sull’isola con l’ammiraglio Andrea Doria, li proclamò todos caballeros. I cavalieri della Grande Partenza del 2017 erano gli atleti, i loro cavalli bicicli in carbonio. C’era anche il cavaliere che la Sardegna attendeva con più desiderio: Fabio Aru, infortunato, ha rinunciato a competere, non a salutare la sua terra. Lo chiamano il cavaliere dei quattro mori, tutti sull’isola ne riconoscono faccia e movenze. “Guarda, c’è Fabio”, suggeriva una ragazza all’amica. “Andiamo a salutare Fabio”, incitava un padre al figlioletto.

Il ciclismo azzera le distanze tra il pubblico e gli eroi, e ciò è ancor più vero alle partenze, quando la mente dei concorrenti è libera come il cielo di maggio. Non del tutto priva di preoccupazioni, certo, ma aperta alle infinite possibilità di una corsa di ventuno giorni e 3615 chilometri. Alle partenze i ciclisti sembrano mediamente più giovani ed enormemente più magri, i muscoli rilassati dai selfie e dagli autografi. Formolo e Dombrowski chiacchieravano come due liceali al primo giorno di scuola, non hanno ancora un filo di barba. Bob Jungels se l’era rifinita al mattino, ora si stendeva per bene la maglia di campione del Lussemburgo. Kiryenka ha dieci anni di più di lui, sembrava refrattario all’emozione e alla calura, e la musica techno scelta dai dj della Grande Partenza non lo riguardava: era poggiato alla sua bici come a un muretto. Si è ricomposto quando il rombo dell’auto con su scritto “INIZIO GARA CICLISTICA” ha annunciato che l’attesa era finita, ecco i fischietti, le scolaresche e le donne con gli abiti della tradizione: nessuno si veste più così, ma questa era un’occasione speciale, era festa, eccezione e paradosso. 

Superato l’abitato, il gruppo si è diretto a nord-est, mentre la musica scemava e il mare scompariva dietro le curve. Poi riappariva sulla sinistra, difficile dire se più calmo o più azzurro, e in lontananza le falesie di Bonifacio, e qualche montagna corsa. Con il passare dei chilometri il granito toglieva spazio alle ginestre, sulla breve salita di San Pantaleo l’imponenza delle rocce amplificava la routine delle classiche tappe di inizio Giro: qualcuno va in fuga, il gruppo recupera, i velocisti si giocano la prima maglia rosa. Ma, sicché nelle partenze da un’isola di classico non c’è poi molto, i piani sono stati scombinati da Lukas Pöstlberger, austriaco, 25 anni. Crede nel destino e ha studiato da carpentiere, ma verosimilmente nella vita sarà ricordato per quella volta che anticipò tutti a un chilometro da Olbia. Faceva caldo, il Giro d’Italia era cominciato per la centesima volta, e chissà che aveva in serbo. Era partito leggero come un’utopia, fresco come sempre.

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