La leggenda di Pantani | Pirelli

La leggenda di Pantani

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Per prendere le piadine bisognava sgomitare, pazientare, allungarsi. Anche per le magliette c'erano da affrontare lunghe code, sorridenti. Per trovare posto sotto il palco, invece, bisognava essere arrivati nel primo pomeriggio, augurandosi che il Grattacielo Marinella proiettasse un po' d'ombra e di frescura su una torrida piazza Andrea Costa. Chi era arrivato più tardi aspettava in fondo, chiacchierava, attendeva uno spettacolo che non esisteva. Sul palco un quadro di Dario Fo e ospiti poco importanti. Nessuno avrebbe dato troppo peso alla presenza del premier Romano Prodi o di Felice Gimondi, erano gregari, nemmeno di prima fascia. L'attesa era per uno solo, scandita da una band discutibile che proponeva i successi dell'estate: prevalentemente "Tubthumping", la hit che nessuno si sarebbe mai aspettato dalla lunga carriera dei Chumbawamba. 

PZeroVeloDi inaspettato, d'altronde, c'era tutto e niente in quella sera del 13 agosto 1998 a Cesenatico. Inattesa la festa che nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare soltanto un mese prima, quando il Tour era appena partito, districandosi tra la selva dei microfoni piombati sull'affaire Festina, con il prologo di Dublino. Poco più di 5 chilometri, tanto era bastato a Marco Pantani per chiudere 181° su 189. Pochi giorni più tardi tutto era cambiato, e per quello la folla esorbitante di Cesenatico non era affatto inattesa. Cinquanta, forse sessantamila persone, un chilometro di folla rosa e gialla, ad aspettare e applaudire Marco Pantani, con pizzetto e sopracciglia ossigenati. “È una storia, non è una favola”, aveva commentato lui. Invece era la chiusura di un cerchio.

La vita di Pantani è fatta di due cerchi. A guardarli da lontano, affiancati, possono sembrare le due ruote di una bicicletta. A guardarli nel profondo, possono rappresentare il simbolo dell'infinito. I due cerchi di Pantani però restano incompleti. Il primo comincia dall'infanzia a Cesenatico, dove si chiude in quel 13 agosto. Il secondo ricomincia da lì e si conclude nel posto sbagliato, a Rimini. 

Il primo cerchio
Marco Pantani nasce il 13 gennaio 1970 all'ospedale di Cesena. Mamma Tonina è di Cesenatico, ha un chiosco di piadine. Papà Ferdinando-detto-Paolo è dell'entroterra, viene da Sarsina, il paese di Plauto. Il nonno faceva il contadino e il calzolaio, ma non bastava, così si era spostato verso il mare per trovar fortuna. A Marco però doveva essere rimasto incastrato nel DNA qualcosa di quelle origini campagnole, fatte di colline e commedie. Tanto che sin dall'infanzia aveva esibito il suo senso della teatralità, in grandi ribellioni, errori ed affetti. Quello per la bicicletta era arrivato un po' più tardi, ma era subito deflagrato. Pantani sale in sella e scopre le colline che ha sempre avuto dentro. In salita nessuno tiene il suo passo, né tra i ragazzini del cortile né tra le squadre giovanili della Romagna né tra i dilettanti, dove vincerà il Giro Baby. Nemmeno tra i professionisti, dove arriva nel 1993 e un anno dopo è già lo scalatore più forte, coraggioso e scalcagnato al mondo. Irrompe sul ciclismo con tappe e podi a Giro e Tour. “Ho puntato tutto sulla bici. Adesso penso che il futuro è mio", dice un giovane Pantani, mai pentito di aver lasciato gli studi per il ciclismo. Al suo curriculum manca solo la sfortuna, arriverà dall'anno dopo con un filotto di incidenti che di fatto gli toglieranno tre anni di carriera, ma cementeranno il senso del mito nel momento in cui saprà rialzarsi vincente. La rinascita è sull'Alpe d'Huez, dove urla di gioia nel '97 e si commuove. “Ho visto piangere uno di 50 anni che pesa 150 chili, e solo allora ho pensato che avevo fatto un bel numero", dirà mentre i suoi tifosi cantano “Romagna mia”. È sul tetto del mondo, ma è come fosse sempre sulla spiaggia di Cesenatico. Nel descrivere quel Pantani capace di spaccare tutto, Gianni Mura lo definirà così: “ha radici profondissime nella terra del ciclismo, la terra degli uomini, dei contadini, dei nomadi e dei poeti, forse anche dei pirati. In certi bar di provincia c'è sempre una fisarmonica o una chitarra sull'ultimo tavolo in fondo. Arriva da fuori uno e si mette a suonare. Come fa Pantani con le salite vere”. Accompagnato da questa musica, Pantani arriva al suo ‘98, al Giro, al Tour, alla piazza di Cesenatico.

Il secondo cerchio
Da quella folla la carriera di Pantani entra nella seconda fase, inevitabilmente. Un campione come Pantani il ciclismo non lo vedeva da tempo. Il suo carattere è esuberante ma mai invadente, è il campione di tutti: quando corre le strade traboccano di folla, quando vince, vince il ciclismo. Lui però non ha alcuna intenzione di rappresentare il ciclismo, intuisce già i rischi di questa deriva, tanto che in quell'anno di gloria perde il sorriso. “Prima nessuno mi considerava e ora tutti qua? Questo solo perché vado forte in bici?”, dirà amareggiato. Nel momento del trionfo, Pantani non trova più il pianto dell'amico di 150 chili sull'Alpe d'Huez, ma un muro davanti che gli impedisce di vederlo. E lo sguardo finisce per cadere sul suo stesso dolore, quello che ha sempre scacciato con la gioia del pedalare. Era fatto così, quando dopo i primi trionfi gli chiedevano cosa si portasse con sé in bici, rispondeva: “La mia sofferenza. La salita è dove si soffre di più, e per staccare chi va più forte devo aumentare la mia sofferenza”. 

È la sofferenza che lo aggredisce nel momento in cui si ritrova solo. Dal ‘98, molto prima di Campiglio, Marco Pantani scopre un'altra compagna di vita, quello che lui stesso definirà, con un'immagine dalla forza dirompente, la torrida tristezza. La cacciata da un Giro dominato e le sette procure che indagheranno su di lui saranno soltanto acceleratori di quella tristezza. Il traguardo di quella nuova corsa sarebbe stato un residence di Rimini, una nebulosa notte di San Valentino e un doloroso testamento scritto su un passaporto.

L'infinito
Il secondo cerchio di Marco Pantani non si è mai chiuso. A completare il suo viaggio ci hanno pensato i tanti che da Pantani sono stati toccati, personalmente o solo per immagini. Oggi su Pantani ci sono libri, video e spettacoli teatrali, il suo nome è nelle canzoni e nelle poesie. E una corsa, il Memorial Marco Pantani, nato pochi mesi dopo la sua morte, in programma il 16 settembre, con partenza e arrivo a Cesenatico e transito dal suo monumento, dalle sue salite, persino dalla sua villa. Il passaggio di Pantani nel ciclismo è stato veloce, ma i suoi effetti perdurano ancora: non si perde la carica del sogno, quel lusso che tutti possiamo permetterci. “La grandezza di Pantani – scriveva ancora Mura – è che sembrava inadeguato. Di tornante in tornante si trasfigurava. Diventava immenso, come si nutrisse di solitudine, come si esaltasse nella fatica più spaventosa. Questo ultimo, estremo esponente di un ciclismo romantico, antidiluviano, poetico, che si consuma nella via più lunga che avvicina al cielo”. Quel cielo dove si chiude il secondo cerchio di Marco Pantani, finalmente completo, disegnando il simbolo dell'infinito.