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La splendida serialità
del Giro

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La splendida serialità del Giro 01

Secondo Giovanni Arpino, il Giro d’Italia era un western. “Con i suoi eroi tipici, i vecchietti catarrosi e petulanti di contorno, il medico ubriacone, la donna fatale ai margini della strada”, la corsa poteva essere sovrapposta, secondo lo scrittore, alle epopee di John Ford e Sergio Leone. Le fughe (tormentose), le salite (micidiali), il caldo (che cuoce e prosciuga), la neve e la solitudine erano fotogrammi obbligati di uno spettacolo incorniciato in modo da ammaliare gli spettatori in una sequenza a tasso di coinvolgimento crescente, alla stessa maniera di una pellicola ben sceneggiata.

PZeroVeloArpino scriveva del Giro negli anni ’70, ma prima e dopo di lui molti altri si sono interrogati sulle ragioni dell’inscalfibile successo popolare di un format sportivo inusuale quale quello delle corse a tappe. La ragione fondamentale sta nel fatto che il Giro d’Italia (così come era successo 6 anni prima con il Tour de France e sarebbe successo quasi trent’anni dopo con la Vuelta a España) è stato inventato nella redazione di un quotidiano desideroso di farsi pubblicità e di vendere più copie. Di fatto il ciclismo contemporaneo, in una genesi assolutamente anomala rispetto a ogni altra disciplina, non è emanato dall’intuizione di uomini di sport, ma dalle vivaci menti dei giornalisti europei di inizio Novecento, i quali, registi di talento, lo concepirono di proposito sotto forma di chanson de gestes. 

Rispetto alle corse dei primordi, che si esaurivano in un giorno ed erano un purissimo esercizio muscolare, le corse a tappe introdussero nel ciclismo nuovi e accattivanti agenti narrativi: la tattica e l’astuzia, la versatilità e il fondo. Senza gli intermediari che erano i cronisti, educatori e celebranti insieme, il ciclismo dei grandi giri non avrebbe avuto ragione di nascere. “Il ruolo del linguaggio è immenso”, scrisse Roland Barthes a proposito del Tour de France. “Il linguaggio dà all’avvenimento, inafferrabile perché incessantemente dissolto in una durata, la maggiorazione epica che consente di solidificarlo”.

Non sorprende il fatto che, in determinati momenti storici più che in altri, la potenza delle immagini delle corse a tappe riportate con trasporto emotivo e intellettuale dai suiveurs di giornali grandi e piccoli abbia sposato pienamente le esigenze narrative dei Paesi che ne venivano attraversati. La necessità italiana di ricostruirsi e di riunificarsi durante il secondo dopoguerra, per esempio, si alimentò convintamente dei racconti dei Giri d’Italia di Coppi e Bartali. L’epoca d’oro della bicicletta italiana instaurò un legame peculiare tra il ciclismo e la penisola, tra lo sport inventato prima dai giornalisti che dagli sportivi e la nazione immaginata prima dai letterati che dai sovrani. “In Italia la bicicletta appartiene a pieno titolo al patrimonio artistico nazionale, esattamente come la Gioconda di Leonardo, la cupola di San Pietro o la Divina Commedia”, scrisse Curzio Malaparte. “Ci si stupisce che non sia stata inventata da Botticelli, Michelangelo o Raffaello”.

La splendida serialità del Giro 02

Inoltre l’Italia, cattolica per definizione, offriva terreno fertile per far compiere alla sequenza di fotogrammi che era il Giro un’ulteriore trasposizione semantica. Difficile non guardare alla sfilata dei ciclisti sofferenti lungo le tortuose strade di provincia come a una lunga e solenne processione, o alla scansione in tappe del Giro come a quella in stazioni della via crucis; è sufficiente aver visitato una volta la Cappella degli Scrovegni per constatare che gli organizzatori del Giro d’Italia non sono stati certo i primi in ordine di tempo a immaginare la storia della salvezza come un alternarsi di grandi folle e solitudini, di scene di morte e altre di risurrezione. Insomma, il concetto che all’eternità si approda dopo un lungo e faticoso peregrinare in Italia era più che noto. Il Giro parlava una lingua estremamente comprensibile.

La splendida serialità del Giro 03

Resta da capire a questo punto com’è che, nonostante la secolarizzazione avanzi spedita e l’epoca d’oro del ciclismo sia terminata da un pezzo (a partire dalla stagione 2017 nel WorldTour, il circuito dell’Unione Ciclistica Internazionale, non c’è più nemmeno una squadra con licenza italiana), il Giro d’Italia continui ad esercitare un fascino così forte. Per questo tocca tornare ad Arpino, e alla corsa come sequenza di fotogrammi. Il paragone va solo un po’ aggiornato: il Giro d’Italia, più che un film, è una serie tv, e una molto ben riuscita. Il Giro è una serie-capolavoro da molto tempo prima che Netflix imperversasse; le tre settimane di risalita della penisola propongono da oltre un secolo evoluzioni dei personaggi che nemmeno Breaking Bad, atmosfere sospese à la Stranger Things e scenografie da far invidia a Game of Thrones.

Le ragioni del successo dei longform televisivi, che chiedono agli spettatori più tempo, più ore per indagare i caratteri, per sviluppare le storie e per cercare di capire meglio il tutto spezzandolo in parti, sono in qualche misura le stesse che mossero i pionieri dell’organizzazione dei grandi giri. In questo senso il ciclismo, da sempre fatto di attese e tempi diluiti, è talmente uguale a se stesso da potersi dire anti-nostalgico. Il Giro d’Italia è la realizzazione en plein air di sceneggiature talmente classiche da essere modernissime, e per questo è la miglior serie in palinsesto ogni primavera, da cento primavere a questa parte.

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