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La strada della consapevolezza

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Il 29 maggio 2008 il consiglio comunale di Foligno deliberò che il centro del mondo si trova all’incrocio tra corso Cavour e via Mazzini, proprio lì, non altrove, meglio evitare qualsiasi malinteso. La parte vecchia della città umbra è tradizionalmente considerata lu centru de lu munnu perché sta in mezzo all’Italia, e l’Italia sta in mezzo al Mediterraneo, e una volta il Mediterraneo è stato il centro di ogni cosa. Adesso è molto diverso, l’Italia non è più il centro di molte cose, tantomeno del ciclismo: il centesimo Giro d’Italia riparte da Foligno con un colombiano in maglia rosa e un olandese candidato all’investitura. Gli italiani non hanno vinto nemmeno una tappa fin qui, né durante l’escursione sarda né nel corso della risalita da Cefalù al centro del mondo. È anche il centro esatto del Giro, la tappa numero 10, e le speranze degli italiani per la seconda metà di corsa sono riposte nella rimonta di Nibali e nella crescita del giovane Formolo. Sono speranze concrete, realizzabili, ma non in Umbria.

PZeroVeloLa tappa umbra è una cronometro, significa che è uno di quei giorni in cui il ciclismo smette di essere uno sport di squadra mascherato da sport individuale e diventa uno sport individuale e basta. Tutti contro tutti, e tutti contro il tempo, come se poi contro il tempo si potesse davvero qualcosa, come se fosse possibile restituire a Foligno la centralità perduta, o a Geraint Thomas i cinque minuti perduti sul Blockhaus. Correre contro il tempo nel ciclismo significa semplicemente che si corre da soli, uno alla volta, e si fa la cosa più semplice che si possa fare in una gara: si misura la performance con l’orologio; ci si sfida a chi è il più veloce. Non inganni la semplicità del concetto: essere veloci, in una gara lunga 40 chilometri e 50 minuti, presuppone una serie di caratteristiche molto lontane dall’esplosività di un Bolt. La velocità degli specialisti delle cronometro del ciclismo fonde l’abilità balistica dei cavalieri delle giostre medievali e la semplicità di spirito dei predicatori francescani. Per andare forte a cronometro bisogna apprezzare il silenzio ed essere capaci di ricrearlo in mezzo al trambusto della festa di paese; bisogna studiare molto, per riuscire a riorganizzare il disordine delle proprie emozioni e renderlo maestoso come piazza Silvestri a Bevagna.

Tom Dumoulin, 27 anni, ha studiato moltissimo. Ha preso il suo corpo, che già la natura aveva dotato di atletismo e grazia, e l’ha reso una macchina da ciclismo. Vedere Dumoulin correre una cronometro provoca la stessa impressione di compiutezza che si prova a osservare la pianura del Clitunno da uno dei belvedere di Montefalco: ogni pedalata è un ulivo piantato nel posto giusto, allieta la vista e porta frutto. Dumoulin è asciutto e armonico come un calice di Sagrantino, ideale per accompagnare la cacciagione che sono tutti i suoi avversari al termine della decima tappa. Dumoulin aveva detto che se gli avessero chiesto di pensare a un tracciato a lui congeniale avrebbe disegnato la Foligno-Montefalco, e difatti da lui perdono tutti; meno prevedibili le proporzioni: in Umbria la farfalla di Maastricht guadagna quasi 3 minuti su Quintana e gli strappa la maglia rosa. Si candida con forza a giocarsi il Giro d’Italia fino alla fine, insieme al colombiano e a Nibali, a Pinot e a Mollema. La sua prova di forza costringe i nemici all’azione, li induce a dieci giorni di trappole ed agguati. Gli scalatori proveranno a stanarlo e a metterlo in difficoltà, ma troveranno in Dumoulin una nuova convinzione. “Vincere il Giro è fuori dalla mia portata”, aveva detto all’inizio della corsa. Con l’eloquenza della cronometro di Foligno, la città in cui Francesco d’Assisi rinunciò ai suoi bene e scelse la povertà, l’olandese elegante ha messo da parte la modestia e ha preso la strada della consapevolezza.

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