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Un velocista unico dentro una cartolina unica

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Il Giro d’Italia è una continua, plateale dimostrazione pratica dell’adagio secondo cui la necessità aguzza l’ingegno. Il Giro, lo sappiamo, lo inventò la Gazzetta dello Sport all’inizio del ‘900, essenzialmente con un unico scopo: aumentare il numero di copie vendute. Poco più di un espediente, nelle intenzioni; nella realizzazione pratica, l’epopea sportiva e sociale di un intero Paese. Così è anche per i trulli della Valle d’Itria.

PZeroVeloNel Medioevo i conti di Conversano assegnarono a numerosi contadini i terreni incolti dell’area boscosa in cui sorge l’odierna Alberobello, concedendo ai beneficiari anche la possibilità di costruire abitazioni usando la pietra locale. C’era solo una condizione: i rifugi sarebbero dovuti sorgere senza l’uso di malta, ma esclusivamente per mezzo di murature a secco, in modo da poterli facilmente demolire in caso di ispezione del viceré spagnolo del Regno di Napoli, il quale con un editto aveva sottoposto a tributo ogni nuovo insediamento urbano. La soluzione furono i trulli e le loro inconfondibili cupole autoportanti. Le casette cominciarono a popolare la zona più orientale delle Murge, punteggiando di coni e di bianco la terra rossa di questa parte di Puglia tutta grotte e gravine. Il 6 dicembre 1996 i trulli sono stati dichiarati patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO; il 12 maggio 2017 hanno ospitato per la prima volta l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia. 

Gli ultimi 70 km della settima frazione del 100° Giro d’Italia sono stati per il gruppo un pedalare talmente piacevole che i corridori della Quick-Step a un certo punto hanno chiesto ai propri direttori sportivi di far partire la musica nei loro auricolari di servizio. Laurens Ten Dam, della Sunweb, ha detto di essersi divertito un sacco e di aver chiacchierato con i suoi migliori amici durante la corsa. Bob Jungels, la maglia rosa, ha parlato di un giorno perfetto, in cui è mancata solo una sosta-caffè. La Castrovillari-Alberobello è stata insomma una di quelle tappe che i corridori del Giro attendono come i bambini la mattina di Natale; un intervallo senza troppo stress nel mezzo di tre settimane di frenesia, la possibilità di guardarsi attorno una volta tanto, fin quasi allo sprint finale, di godersi le campagne della Valle d’Itria e i loro trulli, i coni di pietra costruiti per necessità e diventati monumento.

Perché il fatto è che le idee nate senza apparenti velleità, ma solo per bisogno, contengono spesso un potenziale gigantesco, il potenziale che la fantasia è capace di realizzare quando deve cavarsi d’impaccio, trovare la quadratura del cerchio, provare a esprimere l’inesprimibile. È lo stesso principio che muove l’arte, a ben vedere. In questo senso, Caleb Ewan, australiano di Sydney, può essere considerato a tutti gli effetti un grande artista. Alto 167 centimetri, Ewan avrebbe un fisico da scalatore, ma dice che sente di essere nato per fare il velocista. E per diventare un velocista vero ha dovuto inventarsi una tecnica nuova, tutta sua, perché i velocisti sono grandi e grossi, e lui invece ha gambe e braccia molto corte. Il piccolo Ewan allora in volata fa così: appoggia lo sterno sul manubrio e sposta la testa verso il basso, fin quasi a toccare la ruota anteriore, creando una posizione che è insieme paurosa, estremamente aerodinamica e – a suo dire – comoda. L’ha messa a punto nell’ultimo anno e mezzo, ha sopperito con la dinamica alle carenze della biologia. Ha soddisfatto grazie all’ingegno la sua necessità di competere in volata con i ciclisti più rapidi del mondo, e di batterli, come ha fatto dopo l’ultima delle curve di Alberobello, là dove le vie dei Monti introducono al quartiere storico, con i bar dentro i trulli e i negozietti che vendono zufoli e trottole. Un velocista unico dentro una cartolina unica.

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